ISTITUTO DI PSICOLOGIA UMANISTICA e della Formazione Centrata sulla Persona EMPATEIA
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Articolo tratto dal Giornale degli Psicologi della Regione Siciliana

Lo psicoterapeuta non può mollare, sfuggire alle pause angoscianti del paziente magari scaricando l’ansia che questi gli suscita muovendosi di continuo, spazientendosi, interrompendo a parole quel voluminoso e saturo momento che è il silenzio. Così l’attore non può allentare la tensione iniziando a camminare senza senso per il palco o ciondolando da un piede all’altro; disperderebbe l’energia e molto probabilmente perderebbe anche l’ascolto e il coinvolgimento che il pubblico (pagante) si è impegnato a dargli.

Un gioco di impegni reciproci, come la terapia.

In terapia non si sa quel che accadrà, dopo, fra un minuto. Si sta ad aspettare le mosse, i pensieri, le idee, le emozioni, i vissuti che l’altro il paziente improvviserà. Non c’è mai assenza, anche nel silenzio, ma attesa. Un gioco di improvvisazioni reciproche, in cui però interagiscono due esperienze, due formazioni, due competenze diverse. Da un lato c’è il paziente, matricola della scena, che arriva in seduta come uno spettatore volontario che sceglie di salire sul palco ma non sa cosa farà ne come farà a farlo. Il terapeuta invece, in quanto attore professionista, è colui che conosce le tecniche teatrali, che padroneggia la scena, che non sa cosa si farà ma conosce come farlo. Se da un lato il cosa fare, la trama, si costruisce lì per lì come in una piece d’improvvisazione in cui uno dice una battuta e l’altro vi si aggancia, il come farlo diviene inderogabile compito del terapeuta. Quest’ultimo sa monitorare, gestire, indirizzare la scena. Non la costringe mai la scena, ma il suo repertorio di competenze è tale da saper cogliere, per esempio, in un mucchio di frasi e di gesti, quella frase e quel gesto del paziente a cui agganciarsi per intraprendere una certa direzione.

Ascoltare e prestare attenzione a ciò che accade per riuscire a cogliere quel qualcosa che possa generare un “ snodo creativo” . In teatro si chiama snodo creativo, quel punto di svolta, che tu raccogli dalle e fra le battute lanciate da un compagno per ridare nuovo vigore all’improvvisazione, fare un colpo di scena, introdurre un ingrediente nuovo nella storia. Anche il terapeuta si impegna in un ascolto attento, per esser lì pronto a raccogliere l’elemento significativo fra la folla degli insignificanti lanciati dal paziente. Lo snodo  creativo non si cerca, non si estorce o si pretende, bensì arriva e bisogna esser pronti a riconoscerlo e a raccoglierlo, in terapia come in teatro.

Pubblicato: “Giornale degli Psicologi della Regione Siciliana” n. 1/2009

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